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Renato Nicolini

IL RUOLO CORSARO DI UN AMICO GENEROSO

Tomando a Roma da Correggio, dove ero andato per vedere Patrizia (Sacchi) nel Miles Gloriosus di Plauto, contaminato con i Ragiona­menti di Francesco Andreini (Le due commedie in com­media, Amore nello specchio, etc.) e messo in scena da Scaparro come se fosse una rappresentazione nello stile della commedia dell'arte del '600; e da Modena, dove ave­vo visto la splendida mostra di Enzo Cucchi intitolata a Roma, con i quadri appesi in equilibrio oscillante su fili te­si, un'immagine straordina­ria del Colosse come modu­lo della Torre di Babele, ed in catalogo, nel dialogo imma­ginario tra Roma e Napoli fir­mato da Achille Bonito Oliva, la rivendicazione del Miles G/oriosus di Plauto come uno dei caratteri fondamen­tali della strana gloria di Ro­ma: sento alla segreteria tele­fonica di casa la voce di Ber­nardo Bertolucci. E l'allegria del viaggio scompare di col­po: perché già so ciò ché quella voce voleva annuciar­mi due giomi prima: la morte di Gianní Amico. Mi dispiace di non averlo visto un'ultima volta, nel breve periodo dei suo ultimo ritomo a Roma, dopo aver tentato di trovare in Germania una cura al can­cro che lo stava consuman­do. Lo ricorderò così come l'ho visto l'ultima volta, piombando a casa sua verso mezzanotte dopo un intermi­nabile consiglio comunale.

Nella nuova casa, vicino a Villa Pamphili, si era trasferi­to da poco, lasciando con qualche dispiacere la vec­chia di Prati, via Monte Ze­bio. Era fiero della piccola terrazza, poco più di un bal­cone, dove - pensava - si sa­rebbe potuto mangiare all'a­perto nei giorni d'estate. «L'hai comprata?», gli ho do­mandato; e Gianni si è quasi messo a ridere, come potevo pensarlo? comprare casa lui, che non ha mai posseduto nulla. Mentre dava molto.

Gianni Amico era uno di quegli intellettuali, sempre più rari, che sentono la cultu­ra come qualcosa che non appartiene soltanto a loro; che non è solo creatività indi­viduale, ma linguaggio, senti­menti, aspirazioni comuni con altri. Proprio per questo, poteva essere ed era molto esigente, per nulla disposto a concedere qualcosa al con­formismo della società di massa. Oltre ad essere un au­tore di cinema, nella cui scar­na filmografia non c'è nulla di superfluo e di occasionale - sarebbe bello rivedere il suo ultimo film, una delicata commedia sulla mancanza di case, interpretato da Vic­tor Cavallo e Monica Guerri­tore - Gianni Amico aveva prodotto Strategia del ragno, ed era stato così produttore di Bemardo Bertolucci in un momento per lui delicato e difficile.

La sua generosità insom­ma lo spingeva ad un ruolo corsaro, ad impegnarsi in campi dove c'è molto da per­dere, a non rinchiudersi nel comodo albergo di un unico ruolo. Da me era venuto quanto era assessore, per propormi «un grande proget­to», una manifestazione sulla cultura brasiliana, natural­ mente intitolata: «Samba!». II samba percorre - mi spiega­va - la cultura brasiliana; non la esaurisce, ma ne è l'ele­mento costitutivo. Scrivono samba i grandi poeti del Bra­sile, come Vinicius de Mo­raes e come Chico Buarque. Accanto al samba, pensava­mo di offrire i film di Glauber Rocha, le commedie con So­nia Braga, una grande mo­stra di «arte plumaria» de li indios del Brasile, il grane barocco di Salvador de Bahia, i giardini di Burle Marx e le architetture di Oscar Nie­meyer, il sogno di Brasilia a metà tra Don Bosco ed il po­pulismo di sinistra. Per realiz­zarlo, siamo andati in Brasile.

In Brasile abbiamo inse­guito il ministro Pecora, allo­ra sottosegretario al bilancio, un uomo molto potente in quel momento di trapasso tra la dittatura militare e la democrazia, alla vigilia delle elezioni. II nostro ragiona­mento era semplice: la logica degli scambi culturali è anti­tetica a quella della dittatura, è veleno per i colonnelli; cer­chiamo perciò di spingere il governo brasiliano ad auto­distruggersi credendo di raf­forzarsi. Da Rio ci siamo così recati a Bahia, dove sembra­va che Pecora stesse festeg­giando il carnevale; da Bahia a Brasilia, dove gli ascensori degli alberghi erano ancora manovrati a mano da un in­serviente in livrea; e final­mente abbiamo raggiunto l'i­nafferrabile Pecora a San Paolo. L'abbiamo persuaso a far pagare alla Varig ed al Tu­rismo brasiliano il viaggio a Roma della scuola di Samba che aveva vinto al carnevale

di Rio, quell'anno era Impe­rio Serrano. Soddisfatti, sia­mo tornati a Roma per essere accolti da grandi titoli delle pagine di cronaca: «Italia No­stra dice no al Samba ai Fo­rí»; «Il prosindaco Severi con­tro l'effimero»; «Si alla' vera cultura, no alle nicolinate». Così il Samba l'abbiamo fatto solo l'anno dopo, senza aiuti. dal Brasile e con qualche en­tusiamo e progetto di meno. Caro Gianni, mi è capitato di ricordarti coli, alla ricerca di qualcosa di nuovo e di bello, ' che proprio quando sembra­va raggiunto svaniva, ma non per questo cessavi di creder­lo possibile. Di quel Samba romano esiste un tuo splen­dido film che per uno strano paradosso produttivo sem­bra destinato a non poter es sere visto da nessuno. Saret be bello liberarlo; se potessi mo vederlo, chissà che in qualche modo non ti sem brerà di essere ancora tra noi; che comunque non ti di­menticheremo.

l'Unità

Venerdì

9 novembre 1990

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