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3/XI/1990
Che cosa resta dei nostri giorni

 

di MARIO NICOLAO

Quando Gianni Amico andava a trovare Joao Gilberto, nel suo appartamento di Rio, si faceva tardi con amici, poi Joao, giusto all'alba, proponeva di fare un giro in automobile. A questo punto qualcuno si diceva indisposto, altri segnalavano appuntamenti di primo mattino, tutti se la svignavano.

Restava solo Gianni che saliva sulla macchina di Joao, dove gli altoparlanti erano sempre al massimo, e cominciava una notte melodiosa e ritmica in cui Joao guidava senza vedere perché era molto miope, dicendo che seguiva i suoni della strada (soverchiati dall'Hi Fi). Si voltava verso Gianni, raggelato sul sedile e lo rassicurava: "Guido co me i pipistrelli".

Di recente si erano incontrati a New York, nello stesso albergo, scoprendo di avere le stanze vicine. Gilberto stava lavorando da anni a un disco che non esce mai. Vi figurano due canzoni strane (ma poi, perché?) per un cantore della Bossa Nova: "Malaga" (quella che cantava Fred Bongusto) e l'hit di Charles Trenet "Que reste-t'il de nos amours?", che cosa resta dei nostri amori, che cosa resta di quei bei giorni?

Gianni Amico mi ha raccontato queste cose con altre non ho tempo né voglia di citare pochi giorni fa. Da parte mia gli ho dato un nastro di Fossati ("Lusitania") e "Os Miltons" di Nascimento, che conosceva bene, che era suo amico. Gli sono piaciute due canzoni di Fossati e ha apprezzato Milton, ma con riserva ("ha fatto di meglio"). Le canzoni di Fossati che gli piacevano erano quella in cui si trasmette da una casa di Argentina e l'altra in cui il tempo passa lento. Invece il tempo volava per lui, che è morto ieri mattina. Volava sì, ma senza che lo percepisse. Passava lento invece, perché quella grande farsa che è la vita rallenta i suoi battiti quando sta finendo, questa cagna, con i suoi inganni, con le sue mistificazioni, con le cure miracolose che non esistono, con le diete che hanno salvato Stan Getz, con i piccoli apparecchi che "sparano" sulla parte malata dosi di medicinale e intanto gli altri, gli amici, i congiunti ti guardano e nei loro occhi si specchia la tua malattia.

Cosi se ne è andato Gianni, nato a Loano ma di Manarola, con Bagnasco che telefonava e voleva sapere e non sapere, come tutti noi, come tutti coloro che onoravano questo cognome così vero, così fraterno: Amico.

Glauber Rocha diceva che Gianni Amico era l'unico regista brasiliano di nascita europea. Glauber è morto prima. Anche Paulo Cesar Saraceni diceva lo stesso. Lo dicevano tutti i musicisti verdeoro che lo amavano come un fratello, Milton, Joao, Caetano Veloso (che gli aveva chiesto se valeva la pena di andare al Tenco e Gianni aveva risposto di sl perché era ligure, ma solo per questo). Lo dicevano anche tutti i musicisti di jazz di cui Gianni aveva cantato nei suoi film irripetibili. Lo piangeranno tutti, ma davvero, non come in questi compianti che sono sempre comici e magniloqúenti. Lo piangerà Gato Barbieri, che tanto gli deve, e Michelle, lo piangeranno Don Cherry e Ornette Coleman. Lo piangeranno coloro che gli sono stati a fianco: Checco Altan, Arnaldo Bagnasco, Giuseppe e Bernardo Bertolucci.

Scherzavamo insieme sul fatto che un mio "coccodrillo" (pezzo scritto ante mortem) aveva salvato la vita ad Astor Piazzolla. Ma per lui non avevo la forza di scriverlo e adesso eccolo qui, troppo tardi per portargli fortuna.

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