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di
MARIO NICOLAO
Quando
Gianni Amico andava a trovare Joao Gilberto,
nel suo appartamento di Rio, si faceva
tardi con amici, poi Joao, giusto all'alba,
proponeva di fare un giro in automobile.
A questo punto qualcuno si diceva indisposto,
altri segnalavano appuntamenti di primo
mattino, tutti se la svignavano.
Restava
solo Gianni che saliva sulla macchina
di Joao, dove gli altoparlanti erano sempre
al massimo, e cominciava una notte melodiosa
e ritmica in cui Joao guidava senza vedere
perché era molto miope, dicendo
che seguiva i suoni della strada (soverchiati
dall'Hi Fi). Si voltava verso Gianni,
raggelato sul sedile e lo rassicurava:
"Guido co me i pipistrelli".
Di
recente si erano incontrati a New York,
nello stesso albergo, scoprendo di avere
le stanze vicine. Gilberto stava lavorando
da anni a un disco che non esce mai. Vi
figurano due canzoni strane (ma poi, perché?)
per un cantore della Bossa Nova: "Malaga"
(quella che cantava Fred Bongusto) e l'hit
di Charles Trenet "Que reste-t'il
de nos amours?", che cosa resta dei
nostri amori, che cosa resta di quei bei
giorni?
Gianni
Amico mi ha raccontato queste cose con
altre non ho tempo né voglia di
citare pochi giorni fa. Da parte mia gli
ho dato un nastro di Fossati ("Lusitania")
e "Os Miltons" di Nascimento,
che conosceva bene, che era suo amico.
Gli sono piaciute due canzoni di Fossati
e ha apprezzato Milton, ma con riserva
("ha fatto di meglio"). Le canzoni
di Fossati che gli piacevano erano quella
in cui si trasmette da una casa di Argentina
e l'altra in cui il tempo passa lento.
Invece il tempo volava per lui, che è
morto ieri mattina. Volava sì,
ma senza che lo percepisse. Passava lento
invece, perché quella grande farsa
che è la vita rallenta i suoi battiti
quando sta finendo, questa cagna, con
i suoi inganni, con le sue mistificazioni,
con le cure miracolose che non esistono,
con le diete che hanno salvato Stan Getz,
con i piccoli apparecchi che "sparano"
sulla parte malata dosi di medicinale
e intanto gli altri, gli amici, i congiunti
ti guardano e nei loro occhi si specchia
la tua malattia.
Cosi
se ne è andato Gianni, nato a Loano
ma di Manarola, con Bagnasco che telefonava
e voleva sapere e non sapere, come tutti
noi, come tutti coloro che onoravano questo
cognome così vero, così
fraterno: Amico.
Glauber
Rocha diceva che Gianni Amico era l'unico
regista brasiliano di nascita europea.
Glauber è morto prima. Anche Paulo
Cesar Saraceni diceva lo stesso. Lo dicevano
tutti i musicisti verdeoro che lo amavano
come un fratello, Milton, Joao, Caetano
Veloso (che gli aveva chiesto se valeva
la pena di andare al Tenco e Gianni aveva
risposto di sl perché era ligure,
ma solo per questo). Lo dicevano anche
tutti i musicisti di jazz di cui Gianni
aveva cantato nei suoi film irripetibili.
Lo piangeranno tutti, ma davvero, non
come in questi compianti che sono sempre
comici e magniloqúenti. Lo piangerà
Gato Barbieri, che tanto gli deve, e Michelle,
lo piangeranno Don Cherry e Ornette Coleman.
Lo piangeranno coloro che gli sono stati
a fianco: Checco Altan, Arnaldo Bagnasco,
Giuseppe e Bernardo Bertolucci.
Scherzavamo
insieme sul fatto che un mio "coccodrillo"
(pezzo scritto ante mortem) aveva salvato
la vita ad Astor Piazzolla. Ma per lui
non avevo la forza di scriverlo e adesso
eccolo qui, troppo tardi per portargli
fortuna.
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