Gianni Amico organizzatore culturale
BRUNO TORRI
Gianni Amico è conosciuto - ma non quanto meriterebbe
- come regista cinematografico; di lui si può anche
conoscere, o meglio, si può intuire attraverso i suoi
film e telefilm quali sono stati i suoi grandi amori (oltre
il cinema, la musica e il Brasile); mentre quasi misconosciuta
è la sua attività come organizzatore culturale,
un'attività che è stata, in un certo senso,
propedeutica a quella creativa, e che, inoltre, mette bene
in luce il suo pensiero e il suo impegno ideologico-politico.
Il suo esordio nel cinema e nella vita pubblica si manifesta,
infatti, nel campo dell’organizzazione culturale, nel
giugno dei 1960, come direttore della prima edizione della
"Rassegna Internazionale dei Cinema Latinoamericano",
un’iniziativa da lui stesso ideata l’anno precedente,
quando ancora non aveva compiuto 26 anni ed era, nell’ambito
dei "Columbianum” – un’istituzione
culturale genovese presieduta dal gesuita Angelo Arpa - al
suo primo lavoro.
Con intelligenza pari alla precocità, Gianni seppe
progettare e realizzare una manifestazione allora assolutamente
originale, sia per le finalità che perseguiva, sia
per i modi d'attuazione. L'idea basilare che sosteneva la
Rassegna era tanto semplice quanto feconda: far conoscere
in Itália, e anche in Europa, la cultura cinematografica
latinoamericana, vale a dire, rovesciare il classico schema,
eurocentrista e colonialista, che comportava l’esportazione-imposizione
nei paesi del Terzo Mondo delle culture egemoni, quelle dei
paesi occidentali più industrializzati. La Rassegna
intendeva anche porsi come uno spazio per il confronto e
il dibattito tra cineasti (e critici) europei e cineasti
(e critici) latinoamericani, dando pure la possibilità
a questi ultimi di avvicinarsi e discutere tra di loro, cosa
che o non accadeva o si verificava molto sporadicamente,
e tra molte difficoltà, all’interno del Subcontinente
americano. Nel corso di cinque edizioni, sempre con la direzione
di Gianni, e grazie anche alla favorevole congiuntura che
caratterizzò in quel periodo alcune cinematografie
latinoamericane (quella brasiliana in primo luogo), si poterono
vedere i fílm migliori dei migliori registi latinoamericani
(da Glauber Rocha a Nelson Pereira dos Santos, da Leopoldo
Torre Nilson a Joaquim Pedro de Andrade, da Paulo Cesar Saraceni
a Tomas Gutiérrez Alea ad altri ancora); e, insieme,
si prese coscienza dei tanti problemi (politici, economici,
culturali, organizzativi...) che i cineasti dei paesi sottosviluppati
erano costretti ad affrontare per riuscire a fondere arte
e ideologia, per contribuire con le loro opere e con la loro
militanza a decondizionare, a decolonizzare culturalmente,
il pubblico dei rispettivi paesi e dell’intero Subcontinente.
In quegli anni, a Santa Margherita, a Sestri Levante e a
Genova - le tre sedi dove si svolsero le cinque edizioni
della Rassegna - furono (fummo) in molti a imparare qualcosa
che in seguito è stato riproposto o utilizzato per
cercare di ricoprire ai meglio i più diversi ruoli
(cineasta, critico, organizzatore culturale): e questo lo
si deve soprattutto a Gianni. Il quale seppe fare, anche
lui, tesoro delle esperienze acquisite in quelle occasioni,
riversandole poi nella sua pratica artistica.
Trasferitosi a Roma, Gianni continuo per un breve periodo
a operare come organizzatore culturale collaborando con Ia
"Mostra Internazionale dei Cinema Libero" di Porretta
Terme (sua, nel 1964, Ia cura di una sezione monografica
dedicata alla Nouvelle vague) e con Ia "Mostra Internazionale
dei Nuovo Cinema" di Pesaro (della cui Commissione di
selezione fece parte nelle edizioni 1966 e 1967), per poi
dedicarsi esclusivamente alia creazione cinematografica,
che già aveva avviato come sceneggiatore (collaborando
ai film di Bernardo Bertolucci Prima della rivoluzione),
e quindi proseguita come documentarista (Ia sua prima regia
è quella di We insist, un cortometraggio sul jazz)
e poi come regista di film a soggetto, di Tvmovie e di sceneggiati
televisivi, senza tralasciare il ritorno, sia pure saltuario,
all’attività di sceneggiatore per collaborare
con altri due importantissimi autori, due nomi tra i più
rappresentativi dei "nuovo cinema" nato agli inizi
degli anni Sessanta: Jean Luc Godard (Vento dell’Est)
e Glauber Rocha (Il leone a sette teste).
Il suo primo lungometraggio, Tropici, è particolarmente
indicativo del legame, della continuità tra il suo
lavoro come organizzatore culturale e la sua attività
registica: il film, infatti, venne girato nel 1967/68 in
Brasile, in lingua portoghese, e in tutto e per tutto risultò,
per cosi dire, un film del Cinema novo. Non a caso, riferendosi
a una riunione di questo movimento, Glauber ebbe occasione
di scrivere: "vi partecipava anche Gianni Amico, un
regista italiano, che però è più brasiliano
di Pelè". Ma Tropici aveva anche tutti i connotati
di ciò che negli anni Sessanta era individuato come
il "nuovo cinema", cioè la ricerca linguistica,
il rigore espressivo, la perlustrazione di nuove aree tematiche.
E non è un caso, ancora una volta, che Godard abbia
dedicato a Gianni Amico il capitolo della sua Histoire(s)
du cinéma concernente il cinema italiano: riconoscimento
di un maestro a chi, come Gianni, aveva saputo muoversi nella
sua stessa direzione.
Vale dunque la pena di soffermarsi rapidamente sul metodo
di lavoro di Gianni organizzatore culturale, appunto per
comprendere meglio anche il suo cinema. A me risulta abbastanza
agevole ripercorrere questa sua attività avendo lavorato
al suo fianco come segretario generale della suddetta "Rassegna
Internazionale dei Cinema Latinoamericano" e avendo
poi condiviso con lui le esperienze porrettane e pesaresi.
Gianni concepiva le mostre cinematografiche come occasioni
di scoperta e di approfondimento della cultura cinematografica,
specialmente di quella più trascurata dai grandi festival
internazionali, che di solito sono più propensi a
prendere, a mostrare, i film più significativi (non
solo sotto il profilo estetico, ma anche sotto quello spettacolare)
delle cinematografie industrialmente più forti. Inoltre,
riteneva che non bastasse la semplice proiezione dei film
selezionati, ma che fosse altrettanto necessario far conoscere,
attraverso la documentazione e la discussione, il loro contesto
culturale, sociale, politico, economico. Per Gianni non avrebbe
avuto senso presentare un film, ad esempio di Leon Hirszman,
senza dare al contempo l’opportunità di esaminare
l’appartenenza di questo regista al movimento "cinemanovista",
il rapporto tra la sua poetica e la sua politica, e insieme
il retroterra specificamente brasiliano in cui la sua opera,
incontrando sollecitazioni tematiche, motivi di ispirazione,
ma anche condizionamenti economici e magari censure, nasceva
e nel quale intendeva "agire". Dunque, restando
ancora nell’esempio indicato, un film brasiliano finiva
sempre per risultare - proprio per come veniva proposto e
promosso alle citate rassegne liguri - un "testo"
autonomo, in quanto dotato di una propria valenza artistica
e ideologica, ma anche, e insieme, l’esito di una politica
cinematografíca-culturale, di un lavoro collettivo
orientato unitariamente (appunto secondo gli orientamenti
unitari del cinema novo) e la testimonianza attiva dell’opposizione
che il regista e i suoi sodali intendevano praticare nella
doppia direzione dei potere nazionale e dei neocolonialismo
che il Brasile era costretto a subire.
Assieme ai materiali critico-informativi predisposti, i convegni
e gli incontri tra cineasti latinoamericani organizzati da
Gianni durante le manifestazioni cinematografiche avevano
appunto lo scopo prioritario, assieme a quello di mettere
in relazione le diverse esperienze personali dei singoli
registi, di aprire un confronto (che spesso si trasformava
in uno scontro, specialmente tra brasiliani e argentini)
tra le diverse concezioni dei cinema, della società,
della stessa realtà latinoamericana di cui si facevano
portatori i cineasti latinoamericani. E naturalmente in questi
dibattiti tra cineasti latinoamericani (cui a volte si univano
sociologi e letterati latinoamericani) finivamo per essere
coinvolti anche noi europei, spinti non soltanto a conoscere,
ma pure a prendere partito. Del resto le stesse rassegne
liguri, pur cercando di rispettare i criteri di rappresentatività
(nazionale, culturale, politica...), apparivano sempre motivate
da istanze progressiste, libertarie, terzomondiste, antimperialiste:
la passione per il cinema veniva sempre coniugata con Ia
passione ideologica, anche se questa - proprio per il carattere
riservato e per la mentalità aperta di Gianni - non
era mai prefissata schematicamente né dichiarata ostentatamente.
Questa endiadi di passione per il cinema e di passione ideologica,
ovvero, questa intenzione sempre perseguita di unificare
estética ed ética. Ia si ritroverà poi
come una costante dell’attività cinematografica
di Gianni Amico. Di ciò Tropici offre subito la prova
irrefutabile. Questo film chiaramente impegnato sul piano
ideologico - che può anche essere visto come il seguito
ideale di Vidas Secas: Io stesso protagonista che lascia
l’invivibilità dei certão per cercare
lavoro e sopravvivenza in città, senza mai riuscire
ad affrancarsi dal suo ruolo sociale di perenne sfruttato
- contiene una grande quantità di cinema e di innovazione
cinematografica: c'è la traccia realistica che non
scade mai nella mera riproduzione naturalistica; c’è
la funzionale contaminazione espressiva e stilistica di finzione
e documentário; c'è la componente saggistica
(riflessiva e autoriflessiva); c’è, tanto evidente
quanto rielaborata, la lezione rosselliniana. Un film tanto
avanzato come Tropici non si sarebbe avuto senza la convinzione
dei suo regista secondo cui "non si può vivere
senza Rossellini"; ma neppure si sarebbe avuto - è
giusto ribadirlo - senza la precedente esperienza di Gianni
come organizzatore culturale. I più che non lo hanno
conosciuto possono ora immaginare come e quanto questa sua
esperienza sia correlata al suo cinema, e acquisire un'ulteriore
conforma della ricchezza della sua personalità. Chi
ha avuto Ia fortuna di conoscerlo e frequentarlo ha già
potuto tesaurizzare il valore della sua presenza culturale;
e può continuare a ricordare con affetto le sue alte
qualità intellettuali e morali, la sua generosità,
e il suo straordinario senso dell’amicizia.
Bruno Torri