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ROMA
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E' morto ieri il regista Gianni Amico.
Da tre mesi soffriva di un tumore al pancreas.
di MORANDO MORANDINI
"Come mai mi telefonate tanto spesso?
State già preparando il coccodrillo?".
Così diceva Gianni Amico al telefono
poche settimane fa. Poi, in un fievole
sobbalzo di allegria: "La sai la
storiella del coccodrillo? Le sue ultime
parole in punto di morte? Per favore,
niente lacrime". E' sempre difficile
parlare della morte di un amico, soprattutto
quando è più giovane di
noi. Cercherò di essere lucido.
Nato
a Loano il 27 dicembre 1933, aveva fatto
i suoi primi passi professionali come
direttore della Rassegna del Cinema Latino
Americano che, per iniziativa del Columbianum
del padre gesuita Angelo Arpa, si svolse
nei primi anni Sessanta a Santa Margherita
e in altri centri della Liguria di Levante.
Nacque allora il suo interesse qualcosa
di più: l'amore per l'America Latina
e per la sua cultura (la musica, soprattutto)
che nel 1968 lo portò a dirigere
"Tropici", il suo primo film
lungo di finzione, dopo aver fatto le
prove di apprendistato con i documentari
"Noi insistiamo" (1964) e "Appunti
per un film sul jazz" (1965) e tre
puntate per la Rai sul samba brasiliano.
L'ultimo progetto al quale stava lavorando
era un film sul grande chitarrista jazz,
d'origine zigana, Django Reinhardt.
Se
si toglie "Io con te non ci sto più"
(1983), deliziosa commedia sofisticata
che non ebbe successo (gli era stata prodotta
da Bernardo Bertolucci, di cui era amico
e collaboratore fin dai tempi di "Prima
della rivoluzione"), tutto il suo
lavoro si è svolto nel quadro della
televisione di Stato: due film ("L'inchiesta",
1970; "Ritorno", 1972), lo sceneggiato
originale in quattro puntate "Le
cinque
stagioni" (1975), un adattamento
di "Le affinità elettive"
(1977) di Goethe, "Lo specchio rovesciato"
(1980), inchiesta in tre parti sulla compagnia
dei portuali genovesi.
Tra
i suoi film a me è particolarmente
caro " Le cinque stagioni",
ambientato in una casa di riposo per anziani
dove un gruppo di ospiti decide di costruire
un presepe per vincere il premio di 3
milioni di un concorso.
Sui
temi della costruzione dell'utopia, della
realizzazione di un sogno collettivo e
della riscoperta del lavoro come creatività
e sforzo comune, Gianni Amico ha fatto
un film di grande felicità espressiva,
commovente e divertente. E' uno dei più
poetici "Racconti di Natale"
che abbia mai visto sullo schermo. Se
la volgarità dei tempi e la rincorsa
forsennata agli indici di ascolto lo ermettessero,
la Rai potrebbe rimandarlo in onda. Sarebbe
un bel regalo di Natale per il pubblico
e un omaggio a un regista che, tra le
sue tante qualità, non aveva quelle
che servono al successo.
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